


🇮🇹
Dicono che per comprendere la vita di una persona, spesso, è fondamentale vedere ed osservarla quando nasce, a 7 anni, 14, 21 e 28 anni. Queste sono le fasi critici che determinano (a grandi linee) lo sviluppo e l’evoluzione della persona.
La mia storia #Afroitaliana non comincia in Italia. Bisogna andare 5000 km al sud, attraversare il deserto Sahara ed alcune regioni della Savana per arrivare in Ghana. Il paese è Kintampo. Un paesino di poca rilevanza se non per il fatto che sia esattamente il centro (territoriale) del Ghana e dove passa la linea del Greenwich.
Poco dopo la nascita, mio padre è partito per l’Italia come insegnante di lingua francese. D’allora in poi, un legame col Belpaese sarebbe creato, nel bene e nel male…

🇩🇪
Um das Leben eines Menschen zu verstehen, ist es oft unerlässlich, ihn bei seiner Geburt, im Alter von 7, 14, 21 und 28 Jahren zu sehen und zu beobachten, heißt es. Dies sind die entscheidenden Phasen, die (im Großen und Ganzen) die Entwicklung und den Werdegang eines Menschen bestimmen.
Meine #AfroItalienische Geschichte beginnt nicht in Italien, sondern 5000 km südlich. Man muss die Sahara Wüste überqueren, ein paar Regionen der Savanne, um nach Ghana zu gelangen. Das Dorf namens Kintampo, ein winziges Dorf von geringer Bedeutung, abgesehen von der Tatsache, dass es genau im (territorialen) Zentrum Ghanas liegt und die Greenwich-Linie dort verläuft.
Kurz nach meiner Geburt ging mein Vater als Französischlehrer nach Italien. Von da an entstand eine Bindung an das „Belpaese“, in guten wie in schlechten Zeiten…

🇮🇹
Arrivo in Italia con mio fratello più piccolo, Ralph all’inizio degli anni 2000. Era un giorno freddo ed umido in quell’aeroporto di Malpensa. Insomma, una giornata ‘normale’ come tutti gli altri per gli abitanti di Milano, ma non per me. 7 ore prima, eravamo partiti da Accra, una città con la temperatura media di 30 gradi centigradi. La prima domanda che mi sono fatto era, “come fanno questi a sopravvivere una temperatura così atroce?” e l’idea di dovermi abituare al clima mi spaventava.
Che aspettative avevo prima dell’arrivo in Italia? Ne avevo solo una. Riprendere la scuola, fare bene ed eventualmente fare l’università. Da una giovane età, ero molto conscio del fatto che l’unico modo per migliorare le mie condizioni di vita era l’istruzione. E così ho fatto dal primo giorno.
Andare a scuola senza capire la lingua dell’insegnamento era spaventosa… e meravigliosa (ora che ci ripenso). Voleva dire che dovevo sforzarmi di più per non essere lasciato indietro, ed è proprio ciò che ho fatto. Andavo a lezioni d’italiano alla fine di una giornata di scuola per imparare in modo più rapido. Grazie alle bravissime insegnanti che ho avuto, ho acquisito un buon livello dopo pochi mesi.
🇮🇹
Vivere e crescere a Brescia è stata un’esperienza…unica. Un’esperienza con alti e bassi come tutte le esperienze, ma forse con più bassi che alti.
Per la prima volta, ho avuto la consapevolezza del colore della mia pelle. Una consapevolezza che mi è rimasta fino al giorno d’oggi. Questo significava sviluppare una nuova forma mentis ed un meccanismo quotidiano di sopravvivenza, consapevolmente ed inconsapevolmente. E dovevo fare ciò in fretta.
Un ragazzo nero, africano, timido e balbuziente che parlava poco l’Italiano nella pianura padana erano gli ingredienti perfetti per una…avventura interessante!
La scuola era il mio campo di battaglia. L’unico mezzo di scambio ed interazione che avevo con la mia nuova società. La sensazione di essere diverso, una parte dovuta anche ai comportamenti di alcuni insegnanti e compagni, rimane un carico che mi sono portato dietro per molti anni, anche fino al periodo universitario a Bologna. Una sensazione diventata parte integrale del mio essere, ma fondamentale per poter navigare tantissimi spazi. Spazi che spesso, volevano dire amici, conoscenti, fidanzate, parenti di fidanzate, ecc.

🇮🇹
Piano piano, mi rendevo conto di quanto fosse distante il mio mondo da quello dei miei compagni, nonostante ci sedessimo sugli stessi banchi 6 ore al giorno, 6 giorni su 7. I nostri mondi si dividevano appena si metteva piede fuori dalle mura scolastiche. Il mio era un mondo di paure, incertezze, insicurezze, mancanze e vuoti emotive ma anche di tanta resilienza,determinazione ed una gran voglia di fare.
Ripensandoci ora, mi rendo conto di quanto i miei compagni non sapessero nulla delle realtà che vivevo, mentre io invece sapevo molto di loro. E questo è un vantaggio molto terrificante messo nelle mie mani da una società non interessata a conoscere i ‘diversi’ come scriveva James Baldwin nel libro ‘Uno straniero in paese’.


🇮🇹
Dicono che per comprendere la vita di una persona, spesso, è fondamentale vedere ed osservarla quando nasce, a 7 anni, 14, 21 e 28 anni. Queste sono le fasi critici che determinano (a grandi linee) lo sviluppo e l’evoluzione della persona.
La mia storia #Afroitaliana non comincia in Italia. Bisogna andare 5000 km al sud, attraversare il deserto Sahara ed alcune regioni della Savana per arrivare in Ghana. Il paese è Kintampo. Un paesino di poca rilevanza se non per il fatto che sia esattamente il centro (territoriale) del Ghana e dove passa la linea del Greenwich.
Poco dopo la nascita, mio padre è partito per l’Italia come insegnante di lingua francese. D’allora in poi, un legame col Belpaese sarebbe creato, nel bene e nel male…



🇩🇪
Um das Leben eines Menschen zu verstehen, ist es oft unerlässlich, ihn bei seiner Geburt, im Alter von 7, 14, 21 und 28 Jahren zu sehen und zu beobachten, heißt es. Dies sind die entscheidenden Phasen, die (im Großen und Ganzen) die Entwicklung und den Werdegang eines Menschen bestimmen.
Meine #AfroItalienische Geschichte beginnt nicht in Italien, sondern 5000 km südlich. Man muss die Sahara Wüste überqueren, ein paar Regionen der Savanne, um nach Ghana zu gelangen. Das Dorf namens Kintampo, ein winziges Dorf von geringer Bedeutung, abgesehen von der Tatsache, dass es genau im (territorialen) Zentrum Ghanas liegt und die Greenwich-Linie dort verläuft.
Kurz nach meiner Geburt ging mein Vater als Französischlehrer nach Italien. Von da an entstand eine Bindung an das „Belpaese“, in guten wie in schlechten Zeiten…
🇮🇹
Arrivo in Italia con mio fratello più piccolo, Ralph all’inizio degli anni 2000. Era un giorno freddo ed umido in quell’aeroporto di Malpensa. Insomma, una giornata ‘normale’ come tutti gli altri per gli abitanti di Milano, ma non per me. 7 ore prima, eravamo partiti da Accra, una città con la temperatura media di 30 gradi centigradi. La prima domanda che mi sono fatto era, “come fanno questi a sopravvivere una temperatura così atroce?” e l’idea di dovermi abituare al clima mi spaventava.
Che aspettative avevo prima dell’arrivo in Italia? Ne avevo solo una. Riprendere la scuola, fare bene ed eventualmente fare l’università. Da una giovane età, ero molto conscio del fatto che l’unico modo per migliorare le mie condizioni di vita era l’istruzione. E così ho fatto dal primo giorno.
Andare a scuola senza capire la lingua dell’insegnamento era spaventosa… e meravigliosa (ora che ci ripenso). Voleva dire che dovevo sforzarmi di più per non essere lasciato indietro, ed è proprio ciò che ho fatto. Andavo a lezioni d’italiano alla fine di una giornata di scuola per imparare in modo più rapido. Grazie alle bravissime insegnanti che ho avuto, ho acquisito un buon livello dopo pochi mesi.
🇮🇹
Vivere e crescere a Brescia è stata un’esperienza…unica. Un’esperienza con alti e bassi come tutte le esperienze, ma forse con più bassi che alti.
Per la prima volta, ho avuto la consapevolezza del colore della mia pelle. Una consapevolezza che mi è rimasta fino al giorno d’oggi. Questo significava sviluppare una nuova forma mentis ed un meccanismo quotidiano di sopravvivenza, consapevolmente ed inconsapevolmente. E dovevo fare ciò in fretta.
Un ragazzo nero, africano, timido e balbuziente che parlava poco l’Italiano nella pianura padana erano gli ingredienti perfetti per una…avventura interessante!
La scuola era il mio campo di battaglia. L’unico mezzo di scambio ed interazione che avevo con la mia nuova società. La sensazione di essere diverso, una parte dovuta anche ai comportamenti di alcuni insegnanti e compagni, rimane un carico che mi sono portato dietro per molti anni, anche fino al periodo universitario a Bologna. Una sensazione diventata parte integrale del mio essere, ma fondamentale per poter navigare tantissimi spazi. Spazi che spesso, volevano dire amici, conoscenti, fidanzate, parenti di fidanzate, ecc.
🇮🇹
Piano piano, mi rendevo conto di quanto fosse distante il mio mondo da quello dei miei compagni, nonostante ci sedessimo sugli stessi banchi 6 ore al giorno, 6 giorni su 7. I nostri mondi si dividevano appena si metteva piede fuori dalle mura scolastiche. Il mio era un mondo di paure, incertezze, insicurezze, mancanze e vuoti emotive ma anche di tanta resilienza,determinazione ed una gran voglia di fare.
Ripensandoci ora, mi rendo conto di quanto i miei compagni non sapessero nulla delle realtà che vivevo, mentre io invece sapevo molto di loro. E questo è un vantaggio molto terrificante messo nelle mie mani da una società non interessata a conoscere i ‘diversi’ come scriveva James Baldwin nel libro ‘Uno straniero in paese’.